Un garage, due auto, tre amici e l'idea di rifare quello che avevamo perso

Sono le 11:47. Simo è in auto con me da un'ora. Stiamo andando a recuperare un mini-frigo che non accendo da tre anni.

”Ma perché cazzo non lo compriamo su Amazon?” mi chiede mentre mi guarda come se fossimo scemi.

Forse ha ragione. Ma il punto è un altro: non stavamo andando a prendere un frigo. Stavamo andando a prendere il Punto 0.

Il garage di Alessio non esiste più (e con lui è sparito anche il nostro mood)

Per anni abbiamo avuto un quartier generale. Il garage di Alessio: caos organizzato, motorini smontati fino alle 4 di mattina, ping-pong, Formula 1 e progetti demenziali che — incredibilmente — funzionavano.

Ti racconto il più assurdo.

Terzo liceo. Padu (ciao se leggi) si presenta con il motorino.

”Raga, voglio metterci i LED sotto.”

Nessuno di noi aveva la minima idea di come si facesse. Quindi cosa facciamo? Smontiamo tutto. E quando dico tutto, intendo TUTTO. Serbatoio, sella, cavi elettrici, viti che probabilmente tenevano insieme l'esistenza stessa del motorino.

  • Ore 22:00: Iniziamo a smontare.

  • Ore 01:30: I LED funzionano.

  • Ore 02:00: Ci accorgiamo che non sappiamo più come rimontarlo.

  • Ore 04:00: Padu torna a casa con il motorino. Funziona.

Tempo di vita dei LED? Una settimana. Tempo di vita del ricordo? Per sempre.

Quello era il nostro spazio. Non un garage: una dimensione parallela dove le leggi della fisica, del buon senso e del sonno non esistevano.

Poi Alessio è partito per Copenaghen. E con lui, quel mood è sparito.

Ma io non volevo che sparisse. Volevo rifarlo.

Problema: il mio garage non è lontanamente grande quanto quello. Per intenderci, ci stanno giusto, giusto una Yaris e una Smart.

Figurati un'auto + un salottino + un tavolo da lavoro + una PlayStation + tre amici he vogliono passarci le serate.

La soluzione razionale? Rinunciare. La soluzione che abbiamo scelto noi? Renderlo modulare.

Ho chiamato Simo e Leo. ”Rega, rifacciamo il garage.”

Nessuna domanda. Nessun "ma come?". Solo: “ci stiamo”. Ecco perché questo progetto funzionerà: non lo sto facendo da solo. Lo sto facendo con gente che condivide lo stesso delirio.

La regola del Punto 0: se ingombra, non entra

Il piano era semplice (sulla carta):

  • Metà garage: auto

  • Metà garage: salottino / workspace modulare

Tutto deve smontarsi, piegarsi o spostarsi in meno di 5 minuti.

Perché? Perché l'auto deve poter uscire quando serve. Ma anche perché lo spazio deve adattarsi a noi, non noi a lui.

Quindi mi sono messo a tavolino e ho stilato la lista del Punto 0:

  • Ciabatta multipresa: Computer, PlayStation, telefoni, frigo, scaldino (non vorremmo fare a palle di neve durante l’inverno).

  • Due sedie da campeggio premium: Pieghevoli ma comode. Con schienale regolabile e cuscino per la testa. Perché qui ci devo stare ore, non 10 minuti.

  • Un divano (2 o 3 posti, ancora da decidere): Serve il mood chill. Non può essere tutto funzionale. Deve esserci anche il cazzeggio strategico.

  • Un tavolo da lavoro pieghevole: Dove appoggiare laptop, da bere, cibo,...

Questa è la lista essenziale. Luci, personalizzazioni, quadri, poster, statue e chi più ne ha più ne metta verrà dopo.

Ed è qui che entra in gioco il frigo. Ricordi? Quello che potevamo prendere su Amazon.

Il frigo era una scusa. In realtà stavamo testando noi stessi.

Quando ho nominato il mini-frigo nel gruppo, Simo ha risposto subito: "Andiamo a prenderlo."

Era ad un'ora e mezza di macchina. Non aveva senso andarci. Ma quel viaggio era il nostro commitment. Era il modo per dirci: "Ok, non è solo un'idea. È una cosa che stiamo facendo davvero." Arriviamo, carichiamo il frigo, torniamo. Leo ci aspetta in garage con tre RedBull fresche.

”Qui tocca inaugurare il Punto 0”

E lì, appoggiati alla macchina in un garage vuoto, con un frigo che ronzava e tre lattine in mano, abbiamo capito che il progetto era già partito.

Perché il garage è un esperimento su chi vogliamo diventare.

Lo so, sembra una frase da coach motivazionale.

Ma ascoltami.

Quando lavori da remoto, ogni spazio si confonde. Il divano diventa l'ufficio. La cucina diventa la sala riunioni. La camera diventa il luogo dove dormi, lavori, mangi e vivi. Tutto si mescola.

Il garage è l'unico posto dove posso dire: questo sono io. Non il me del lavoro. Non il me della famiglia. Il me che smonta motorini alle 4 di mattina. Il me che passa ore a discutere di setup auto. Il me che ha bisogno di un posto dove le idee nascono dal caos.

E voglio farlo con i miei bro.

Perché le idee migliori non nascono quando sei solo davanti al computer. Nascono quando sei con gente che ti capisce, ti sfida, ti spinge. Nascono quando qualcuno dice "e se invece…" e tu rispondi "oh cazzo, hai ragione."

Il garage non è uno spazio fisico. È un contesto. E il contesto cambia il comportamento.

Cosa ho imparato finora (e cosa puoi rubarmi subito)

Se anche tu hai un'idea che ti gira in testa da mesi, ecco le tre cose che ho capito costruendo il Punto 0:

  1. Non aspettare di avere tutto chiaro. Inizia con un gesto tangibile. Il mio "gesto tangibile" è stato andare a prendere un frigo a più di 100km di distanza. Inutile? Forse. Ma mi ha costretto a muovermi.

  2. Se non puoi cambiare i vincoli, trasformali in feature. Il garage è stretto? Diventa modulare. Non hai budget? Usi quello che hai già. Il limite ti obbliga a essere creativo. I migliori progetti nascono da vincoli assurdi.

  3. Fallo con gente che dice “ci sto” senza chiederti perché. Se devi convincere qualcuno, non è la persona giusta. Le persone giuste capiscono subito. Non serve spiegare. Serve solo dire: "Facciamo questa cosa?" E loro: "Quando si parte?"

Il Punto 0 è solo l'inizio. E voglio portarti con me.

Questo è il primo episodio di una mini-serie dove ti mostro come costruiamo il garage step by step.

Non sarà perfetto. Ci dovremo continuamente adattare. Dovremo affrontare problemi che non avevamo previsto.

Ma te li mostrerò tutti.

Prossimo episodio: andiamo a comprare sedie, tavolo e il resto della lista. Pensavamo sarebbe stato semplice. Invece scopriremo che i tavoli si aggiornano e che le sedie, anche se risulta che ci sono in negozio, possono sparire. E impariamo che la differenza tra un'idea e un progetto vero sta esattamente in quei momenti lì, quando le cose non vanno come pensavi, ma continui comunque.

Un frigo acceso, tre RedBull vuote e tre amici che ci credono: da qui si parte davvero.

A presto,
Ale Dima

P.S. Se sei arrivato fino a qui, probabilmente è perché riconosci quel mood. Se stai costruendo qualcosa del genere o se vuoi solo raccontarmi come sarebbe il tuo Punto 0, scrivimi. Sarei molto contento di condividere punti di vista e passioni comuni.